Berlino, Germania (Weltexpress). No, non sono solo gli Stati “parsimoniosi” e quelli “spendaccioni” a contendersi attualmente il prossimo bilancio dell’UE: c’è anche Bruxelles stessa come terza parte in causa. E oltre a contributi più elevati, si parla anche di un aumento del debito e di nuove tasse …
Attualmente i capi di Stato dell’UE sono riuniti a Bruxelles per discutere del prossimo bilancio dell’UE, ufficialmente denominato «quadro finanziario pluriennale». Esso copre il periodo dal 2028 al 2034 e dovrebbe essere approvato entro la fine dell’anno; ma al momento non sembra che ciò accadrà. Anzi, al contrario. Il problema? Troppi interessi divergenti. In effetti, negli ultimi anni l’UE si è allontanata economicamente invece di avvicinarsi, e tra le altre cose i tassi di interesse estremamente diversi che gli Stati devono pagare per contrarre debiti nascondono ancora un bel po’ di polveriera.
Da sempre l’UE è divisa in due fazioni principali, poiché vi sono Stati membri che pagano un saldo netto per la loro adesione e Stati membri che ricevono un saldo netto a titolo di contributo. Quando oggi si parla dei «frugali» e degli «amici della coesione», questa divisione si basa sulle relazioni finanziarie, in quanto tutti i «frugali» o «parsimoniosi» appartengono ai contribuenti netti: Germania, Austria, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi e Finlandia. Ma non tutti i contribuenti netti appartengono a questo gruppo.
Il fatto che questi due gruppi siano in disaccordo sull’entità del bilancio deriva naturalmente dai propri interessi: chi deve riempire il fondo non vuole versarvi altro, mentre chi ne attinge è felice di poter prelevare di più. In definitiva, il problema è insito nella struttura stessa del sistema, poiché non appena i beneficiari partecipano alle decisioni su quanti fondi mettere a loro disposizione, la direzione di fondo è in realtà già chiara. Questo vale sempre e ovunque.
Tuttavia, al tavolo siede un terzo attore, ovvero la burocrazia di Bruxelles con la sua costante spinta a diventare finalmente a tutti gli effetti uno Stato. Anche se per questo motivo è d’accordo con i «coesionisti» nell’ampliare il bilancio, ciò non significa affatto che si stia davvero remando nella stessa direzione.
Infatti, Bruxelles avanza anche una serie di proposte volte a rafforzare la propria influenza sull’utilizzo dei fondi. Tra queste vi è la possibilità, in caso di riduzione del numero delle voci di bilancio, di trasferire più facilmente i fondi da una voce all’altra; oppure che i fondi non utilizzati rimangano a Bruxelles, anziché rifluire, come finora, agli Stati membri; o ancora che vengano istituiti diversi fondi di emergenza. Infine, va sottolineato il fatto che non solo si intende prorogare la linea di credito per gli eurobond anti-Covid in corso nell’ambito di NextGenerationEU, ma anche aggiungere, se possibile, nuovi prestiti di questo tipo. In altre parole, anche Bruxelles vuole più denaro, ma a propria disposizione e non per trasferirlo ai beneficiari netti.
La burocrazia di Bruxelles intende inoltre procurarsi risorse proprie attraverso nuove vie: tramite una propria imposta sulle società per le imprese con un fatturato superiore a 100 milioni, ma anche tramite una quota delle imposte sul tabacco e sulle emissioni di CO₂. Anche l’imposta sulle società si traduce, alla fine, in un aumento dei prezzi per il consumatore finale. L’accesso alle altre imposte significa, per i contribuenti netti come la Germania, che gli importi da versare aumenteranno ulteriormente.
Del resto, i versamenti dal fondo Covid sono un ulteriore motivo per cui, proprio dalla Germania, al momento non si sentono toni amichevoli quando si parla del bilancio dell’UE. Questo fondo ammonta ormai a circa 800 miliardi di euro, una parte consistente dell’attuale montagna di debiti dell’UE pari a 856 miliardi di euro, che però dovranno essere rimborsati a partire dal 2028, e anche in questo caso il principale contributore è la Germania, che alla fine dovrà probabilmente rimborsare fino a 150 miliardi di euro in più di quanto abbia ricevuto dal fondo stesso. Il fatto che l’Italia sia stata uno dei maggiori beneficiari netti di questo fondo potrebbe aver contribuito a farla rientrare attualmente tra gli «Amici della coesione».
Già nell’estate dello scorso anno la Commissione europea aveva presentato la sua prima proposta, che si aggirava intorno ai due trilioni di euro. Recentemente il governo irlandese, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio, ha presentato una variante leggermente più parsimoniosa, inferiore di 140 miliardi. Tuttavia, la bozza rimane comunque superiore del 30 per cento rispetto all’ultimo bilancio. Ciò che per alcuni rappresenta solo una compensazione dell’inflazione, che è aumentata notevolmente durante l’attuale bilancio pluriennale (soprattutto a causa dei costi energetici gonfiati dalle sanzioni), per altri è un aumento che supera di gran lunga ciò che è finanziabile in tempi di dati economici difficili. I governi dei paesi contributori netti si trovano infine di fronte al problema di dover spiegare ai propri elettori perché nel proprio paese si taglia in ogni settore, mentre i contributi all’UE aumentano.
«Abbiamo bisogno dell’unanimità in seno al Consiglio, e da questa unanimità siamo ben lontani», ha dichiarato il cancelliere federale Merz prima dell’inizio della seduta. «Dobbiamo ridurre in modo significativo il bilancio comune rispetto alle proposte della Commissione». E ha chiesto di ridurre la «burocrazia sfrenata in Europa».
Sono soprattutto i paesi dell’Europa orientale, tuttavia, a nutrire speranze di ottenere di più. Il primo ministro lettone Andris Kulbergs, ad esempio, ha chiesto più fondi per i «paesi del fianco orientale», poiché, dopotutto, devono garantire la sicurezza dei confini… anche se in questo contesto potrebbe avere un ruolo il fatto che proprio questi paesi abbiano in parte subito ingenti perdite economiche a causa di una politica di sanzioni che essi stessi avevano richiesto.
La proposta irlandese, secondo il cancelliere austriaco Christian Stocker, non costituisce «una base» per un accordo, «perché l’importo è troppo elevato».
La pressione per un’approvazione il più rapida possibile deriva dalle imminenti elezioni. La Francia andrà alle urne la prossima primavera; in seguito, i negoziati potrebbero diventare ancora molto più complicati. Il governo Merz in Germania dovesse cadere? Da quel momento in poi, tutte le previsioni sono aperte.
Nel frattempo, i semplici cittadini dell’UE possono chiedersi se riescono ancora a individuare dei vantaggi offerti da questa idra burocratica, o se ormai gli svantaggi non superino di gran lunga i benefici. Per non parlare dell’incubo che ancora incombe, dalle norme sull’agricoltura alla limitazione della libertà di espressione. Per inciso, sono già fallite le mozioni presentate da sei Stati membri volte a rinviare al 2030 la prossima fase della tassazione sulle emissioni di CO₂. Ma finché uno dei tre grandi paesi – Francia, Italia e Germania – non si distaccherà dal gruppo, tutti rimarranno intrappolati nel giogo di Bruxelles.
C’è stato però almeno un aneddoto divertente ai margini del vertice di Bruxelles. Gli Stati Uniti avevano proposto di trasferire una parte dei fondi russi congelati in Europa a un ente controllato dagli USA, in modo che gli Stati Uniti potessero esercitare pressione sulla Russia. Il cancelliere Merz ha dichiarato a tal proposito: «È una questione che riguarda noi, e saremo noi a decidere in merito». L’UE preferisce ricorrere al ricatto.
Nota:
Vedi l’articolo
su WELTEXPRESS.

















