
Berlino, Germania (Weltexpress). A un quarto di secolo dagli attentati dell’11 settembre, alcune domande fondamentali sul crollo delle torri rimangono senza risposta. Questa prima parte di una miniserie mette in luce, tra l’altro, l’insolita fretta con cui è stato effettuato lo smaltimento sorvegliato dell’acciaio, nonché i reperti sospetti rinvenuti nella polvere degli edifici delle torri.
L’11 settembre ricorre il 25° anniversario del più grave attacco terroristico nella storia degli Stati Uniti. Quel giorno furono uccise quasi 3.000 persone innocenti. Inoltre, molti coraggiosi soccorritori, ad esempio i vigili del fuoco di New York, persero la vita nel tentativo di prestare soccorso nel caos apocalittico causato dal crollo delle torri del World Trade Center. Ma nonostante questo evento infernale, difficilmente immaginabile, questo omicidio di massa nel cuore di una metropoli statunitense non è mai stato oggetto di un’indagine seria, ovvero libera da influenze e manipolazioni politiche.
Non una sola volta nell’ultimo quarto di secolo sono state condotte indagini meticolose, non una sola volta è stato indagato il motivo per cui le gigantesche travi d’acciaio delle torri si sono sciolte nei punti portanti come burro nella calura estiva. Al contrario, i resti delle travi d’acciaio sono stati accuratamente recuperati dalle macerie e, in parte sotto sorveglianza statale, rapidamente spediti in paesi asiatici per essere rottamati*. Colpiva l’urgenza con cui è stata condotta questa operazione, il che solleva naturalmente la domanda se si volesse impedire a curiosi scienziati dei materiali di esaminare i punti di rottura.
Resoconti dell’epoca risalenti al 2002, ad esempio su Waste360, CNN, Deseret News, Rediff e altri media, riportavano che i rottami d’acciaio del WTC erano stati spediti in Asia al prezzo irrisorio di circa 120 dollari USA a tonnellata da aziende come Metal Management e Hugo Neu Schnitzer. Alcune navi, durante le operazioni di carico, erano sorvegliate dalla Guardia Costiera degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, fu riscontrata un’urgenza “innaturale” nelle operazioni di sgombero di Ground Zero. In seguito, ingegneri e familiari delle vittime criticarono il fatto che fosse stata messa al sicuro una quantità insufficiente di acciaio per le indagini forensi.
In effetti, l’ente statale National Institute of Standards and Technology (NIST) ricevette solo una piccola parte dei rottami d’acciaio (236 singoli pezzi) da esaminare. Gli stessi rapporti del NIST hanno successivamente rilevato che solo una piccolissima frazione dell’acciaio è stata effettivamente messa al sicuro e analizzata ai fini dell’indagine forense. Ecco il link diretto al rapporto del NIST.
L’enorme montagna di macerie e polvere lasciata dalle torri crollate non poteva essere smaltita così rapidamente. Non è stato quindi possibile impedire che campioni consistenti di polvere proveniente dagli edifici venissero raccolti e inviati a scienziati specializzati in scienze dei materiali interessati in tutto il mondo. E in quella polvere sono stati trovati oligoelementi di una miscela di sostanze chimiche (**), con cui è possibile produrre un materiale all’avanguardia ed estremamente ricco di energia, oggetto di ricerca anche per applicazioni militari.
La fonte principale a questo proposito è il saggio «Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe» di Niels H. Harrit, Steven E. Jones e altri, pubblicato nel 2009 sull’Open Chemical Physics Journal.
Gli autori, tra cui Niels Harrit, chimico danese e all’epoca professore straordinario all’Università di Copenaghen, e il fisico Steven Jones, riportano in esso i risultati delle loro analisi sui campioni di polvere del WTC. In tale occasione avevano trovato «frammenti rosso-grigi» che avevano interpretato come «nano-termite non reagita» (chiamata anche super-termite). Si tratta di una miscela nanostrutturata di ossido di ferro e alluminio, in grado di reagire con elevato rilascio di energia a temperature relativamente basse. La nanotermite è oggetto di ricerca nei laboratori militari (ad esempio quello di Lawrence Livermore) e può essere impiegata come materiale energetico con proprietà incendiarie o esplosive.
In queste macerie polverose delle torri dell’11 settembre è stato quindi trovato un ulteriore indizio a conferma di quanto già constatato dai testimoni oculari subito dopo l’attacco, ovvero che le torri non sono state ma piuttosto da esplosioni controllate in modo professionale, che hanno garantito che le torri non si inclinassero di lato, bensì crollassero su se stesse seguendo la propria pianta. Tale affermazione è stata avvalorata anche dall’ampio materiale video disponibile, che mostra al rallentatore come, in rapida successione, i piani sottostanti siano stati contemporaneamente fatti saltare in aria verso l’esterno, il che, secondo gli esperti, indica senza dubbio la presenza di esplosioni. Secondo gli ingegneri strutturali e gli architetti critici, è proprio questo che ha reso possibile il crollo osservato delle torri – senza esitazioni o altre interruzioni.
Questa tesi è sostenuta soprattutto da «Architects & Engineers for 9/11 Truth» (AE911Truth), un gruppo guidato dall’architetto Richard Gage. Nei loro video, rapporti e presentazioni (ad esempio «Beyond Misinformation», documentari e conferenze) vengono mostrate riprese al rallentatore dei crolli e le espulsioni vengono espressamente interpretate come «demolition squibs» (cariche di demolizione). Gli esperti di questo gruppo sostengono che ciò sia «senza ombra di dubbio» un’indicazione di esplosioni. Il sito web di «Architects & Engineers for 9/11 Truth» è disponibile anche in una versione in lingua tedesca con articoli, video e discussioni.
Nei rapporti d’indagine ufficiali del governo statunitense (NIST, FEMA, Commissione sull’11 settembre) non si trovano invece prove a sostegno delle demolizioni. La possibilità di una simile dinamica dei fatti non è stata esaminata in modo approfondito.
Note:
La Parte II tratta delle contraddizioni presenti nei rapporti ufficiali e nelle affermazioni volte a spiegare perché il crollo delle Torri 1 e 2 del WTC sia avvenuto a una velocità che si discosta di pochi secondi dalla «caduta libera», il che, secondo i critici, indica una resistenza minima nella struttura edilizia che avrebbe potuto rallentare la caduta. Ingegneri, architetti e ingegneri strutturali critici vedono in ciò un’ulteriore prova di una demolizione controllata. L’ente statale statunitense National Institute of Standards and Technology (NIST) offre a tal proposito una spiegazione diversa e curiosa.
Fonti:
* tra le altre: Waste360: «World Trade Center Scrap Metal Heads to India and China» (gennaio 2002), CNN: «Ground Zero steel China-bound» (gennaio 2002), Deseret News / Rediff – articoli sulle spedizioni verso l’India e la Malesia
** La fonte principale è il saggio «Active Thermitic Material Discovered in Dust from the 9/11 World Trade Center Catastrophe» di Niels H. Harrit, Steven E. Jones e altri (2009), pubblicato sull’Open Chemical Physics Journal.
Si vedano gli articoli
su WELTEXPRESS.
















[…] Le questioni irrisolte di Ground Zero – Serie: 25 anni dopo l’11 settembre (Parte 1/4) di Rainer Rupp […]
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